Diritto di Famiglia

1 - SEPARAZIONE E DIVORZIO

 

 

ECCO LE NOVITA' DEGLI ULTIMI MESI 

 

Introduzione del DIVORZIO BREVE

 

1) In caso di separazione giudiziale, il periodo di separazione ininterrotta che consente ai coniugi di depositare il ricorso per il divorzio passa da tre anni a un anno (dodici mesi), che decorrono dalla data di comparizione dei coniugi dinnanzi al giudice per l'udienza presidenziale di separazione

 

2) In caso di separazione consensuale, il periodo di separazione ininterrotta è ulteriormente ridotto a sei mesi, che decorrono dalla data di comparizione dei coniugi dinnanzi al giudice per l'udienza presidenziale di separazione; tale termine si applica anche alle separazioni che, nate come giudiziali, si trasformano successivamente in consensuali, per intervenuto accordo tra i coniugi.

Ricordiamo che le nuove disposizioni si applicano a prescindere che vi siano figli minori o maggiorenni non autosufficienti.

 

 

NEGOZIAZIONE ASSISTITA CON GLI AVVOCATI

può essere conclusa tra i coniugi con l'ausilio dei rispettivi avvocati al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di divorzio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio.

L'accordo così raggiunto è trasmesso dagli avvocati al procuratore della Repubblica presso il Tribunale competente il quale, quando non ravvisa irregolarità, comunica agli avvocati il nullaosta per la trascrizione presso il registro dello stato civile del Comune.

 

 

SEPARAZIONE / DIVORZIO CON ASSISTENZA FACOLTATIVA DEGLI AVVOCATI

I coniugi possono concludere, innanzi al Sindaco, quale ufficiale dello stato civile, a norma dell'articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, del comune di residenza di uno di loro o del comune presso cui è iscritto o trascritto l'atto di matrimonio, con l'assistenza facoltativa di un avvocato, un accordo di separazione personale o di divorzio qualora non vi siano figli minori, figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ai sensi dell'articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero economicamente non autosufficienti.

L'ufficiale dello stato civile, quando riceve le dichiarazioni dei coniugi, li invita a comparire di fronte a sè non prima di trenta giorni.

 

In una circolare del 28/11/2014 il Ministero dell'Interno ha chiarito diversi aspetti sulla negoziazione assistita stabilendo, tra l'altro, che la procedura dinanzi all'ufficiale di stato civile non è possibile in presenza di questioni patrimoniali, come ad esempio l'assegno di mantenimento o l'assegnazione della casa coniugale.

 

 

 

In sostanza con la novella del 2014 le parti possono raggiungere un accordo consensuale con l'assistenza dei rispettivi avvocati senza la necessità di recarsi in tribunale con conseguente risparmio di tempo e di costi.

 

 

Restano comunque sempre percorribili le procedure classiche per ottenere la separazione o il divorzio delle quale diamo un riassunto

 

La separazione tra i coniugi può essere di tipo consensuale o giudiziale.


LA SEPARAZIONE CONSENSUALE

Rappresenta sicuramente la via più rapida, economica e meno traumatica da percorrere quando una coppia decide di sciogliere il vincolo matrimoniale.

Si tratta, sostanzialmente, di un accordo che nasce dalla reciproca volontà dei coniugi, consacrato attraverso un ricorso al Tribunale territorialmente competente.

La competenza dell'organo giudicante si desume, per questa materia, in base alla residenza comune di entrambi i coniugi.

Nel ricorso per separazione consensuale, dovranno essere indicate le condizioni alle quali i coniugi intendono separarsi, con particolare riferimento all’affidamento dei figli, sul mantenimento e sulle modalità di frequentazione degli stessi, sulla somma periodica da corrispondere eventualmente al coniuge meno abbiente, all’assegnazione della casa coniugale e così via. Il ricorso per separazione consensuale deve essere sottoscritto da entrambi i coniugi e viene depositato presso il Tribunale per il tramite di un avvocato iscritto all'albo.

Successivamente, il presidente del Tribunale, fissa con decreto, l'udienza alla quale i coniugi dovranno comparire personalmente (di solito un mese e mezzo dalla presentazione del ricorso)

Nel corso di tale udienza (detta “udienza Presidenziale”) si dovrebbe esperire il tentativo di conciliazione dei coniugi, il quale raramente dà esito positivo. Qualora ciò accadesse, la prassi prevede la redazione del verbale di conciliazione che sancisce la volontà dei coniugi di conciliarsi.

Nella ben più frequente ipotesi in cui le parti rinnovano la loro volontà di separarsi alle condizioni riportate nel ricorso, il Tribunale adito opera un controllo di conformità tra le richieste dei coniugi e la normativa vigente, prestando grande attenzione alle statuizioni inerenti l'affidamento della prole ed il suo mantenimento.

Questa operazione viene chiamata omologazione, e consiste, precisamente, nel controllo sulla conformità e compatibilità degli accordi di separazione alla legge. Essa conferisce piena efficacia agli accordi di separazione.

È potere del Tribunale rifiutare l'omologazione della separazione qualora le condizioni stabilite dai coniugi, non siano in linea con le indicazioni date.

L'arco di tempo che intercorre tra il deposito del ricorso e l'omologazione del Tribunale necessario al raggiungimento della separazione consensuale è di circa 2 mesi.

Trascorsi 6 mesi dall'omologazione è ora possibile avviare la procedura per conseguire il divorzio. Anche in tal caso, il consenso di entrambi i coniugi rappresenta un elemento fondamentale per una maggiore celerità della procedura.

 

LA SEPARAZIONE GIUDIZIALE

La legge prevede che possa essere richiesta quando si verificano eventi la cui gravità è tale da pregiudicare e rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza tra i coniugi o da recare grave pregiudizio all'educazione della prole.

In sostanza e nella pratica, si può richiedere sempre; è sufficiente che uno dei coniugi ne abbia l'intenzione e che il rapporto con l'altro coniuge si sia degradato.

Questa tipologia di separazione, a differenza di quella consensuale, implica l'instaurarsi di una vera e propria lite giudiziale tra i coniugi, la quale ha inizio con la presentazione del relativo ricorso al Tribunale competente da parte di UNO SOLO dei due coniugi.

Al termine del giudizio, il Tribunale, pronunziando con sentenza la separazione, dichiara, qualora ne sia stata fatta richiesta da uno dei coniugi o da entrambi e laddove ne ricorrano le circostanze, a quale dei ricorrenti sia addebitabile la separazione (colpa), a seguito di un'attenta valutazione della condotta da questi tenuta e del loro carattere conforme o contrario ai doveri coniugali.

L'addebito della separazione e quindi il riconoscimento della responsabilità di uno dei coniugi del fallimento matrimoniale può scaturire da comportamenti deprecabili come violenze domestiche e vessazioni psicologiche, la commissione di reati da parte di un coniuge nei confronti dell'altro, oppure atteggiamenti che minano la serenità della coppia come l'estrema gelosia o il rifiuto del coniuge più facoltoso di fornire all'altro i mezzi di sostentamento e così via.

Inoltre, all’esito del giudizio di separazione giudiziale, il giudice si occupa di stabilire anche a quale dei coniugi debbano essere affidati i figli, non trascurando di statuire sull'importo del mantenimento (quantum) e sulle modalità con cui il coniuge non affidatario deve contribuire anche all'istruzione e all'educazione dei figli.

È appena il caso di precisare che, al fine di tutelare l'interesse dei figli alla c.d. bigenitorialità, sempre più spesso il giudice stabilisce l'affido condiviso della prole ad entrambi i genitori.

L'affidamento condiviso, infatti, mantiene inalterata la genitorialità di entrambi i coniugi e risponde all'esigenza di tutelare la delicata relazione che essi hanno con i figli.

Questo istituto prevede che tutte le decisioni inerenti l'istruzione e l'educazione della prole debbano essere prese di comune accordo tra i coniugi e che deve esservi il consenso condiviso anche per le decisioni di maggior interesse e le spese straordinarie che vanno affrontate per rispondere alle esigenze dei figli.

 Il Giudice statuisce anche in relazione all’assegnazione dell’abitazione familiare che spetta al coniuge affidatario dei figli.

Quanto al mantenimento del coniuge meno abbiente, l'art. 156 c.c. Sancisce che: “Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, il diritto di ricevere dall'altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri”.

Si richiama pertanto al concetto dell'addebito della separazione, di cui sopra, quale presupposto fondamentale alla concessione dell'assegno di mantenimento per il coniuge economicamente più debole. Il mancato riconoscimento al coniuge che ha causato il fallimento del matrimonio non pregiudica, tuttavia, il suo diritto agli alimenti a cui ha sempre diritto il coniuge che versa in stato di bisogno, così come sancito dagli artt. 433 e ss. del c. c.

L'ammontare dell'assegno di mantenimento è determinato in relazione alle circostanze e ai redditi del coniuge obbligato a corrisponderlo.

È bene ricordare che la legge non nega mai ai coniugi separati o in corso di separazione l’ipotesi della riconciliazione. Infatti, è loro potere far cessare di comune accordo gli effetti della sentenza di separazione, senza richiedere l'intervento del giudice, tramite una inequivocabile ed espressa dichiarazione o attraverso comportamenti non equivoci tali da rendersi incompatibili con lo stato di separazione.

Anche in questo caso, come nell'ipotesi di separazione consensuale, una volta ottenuta la sentenza di separazione, è necessario che trascorrano i consueti tre anni dal giorno dell’avvenuta comparizione dei coniugi dinnanzi al giudice, per avviare la procedura di divorzio.

 

IL DIVORZIO

Il divorzio è stato introdotto nel nostro ordinamento dalla l. n. 898/1970, successivamente modificata dalla l. n. 74/1987.

A differenza della separazione (sia essa consensuale o giudiziale) che non fa cessare il rapporto coniugale ma ne attenua solo gli effetti, il divorzio produce lo scioglimento definitivo del matrimonio (se si tratta di matrimonio solo civile, cioè celebrato davanti all’Ufficiale dello stato civile) o la cessazione degli effetti civili (se celebrato con rito religioso riconosciuto dallo Stato).

La condizione principale al fine di ottenere il divorzio è costituita dalla separazione personale dei coniugi, senza sopravvenuta riconciliazione, protrattasi ininterrottamente 6 mesi o un anno a seconda se la separazione è stata consenusale o giudiziale.

Si deve trattare, pertanto, di separazione giudiziale o di separazione consensuale omologata, non avendo alcuna rilevanza, a tal fine, una mera separazione di fatto concordata tra i coniugi senza richiedere l'omologazione del Tribunale.

L'art. 1 della Legge n. 898/1970 afferma altresì che «il giudice pronuncia lo scioglimento del matrimonio [...] quando [...] accerta che la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita».

Il Tribunale dovrà accertare cioè accertare l’esistenza di due condizioni.

La prima, di natura soggettiva, è costituita dalla fine della comunione materiale tra i coniugi (cioè vengono meno la stabile convivenza, la comune organizzazione domestica, dal reciproco aiuto personale e l'assenza di rapporti sessuali) e della comunione spirituale (cioè cessano l'affetto e il sostegno spirituale e psicologico reciproci e non vi è più comprensione nella coppia.)

La seconda, di natura oggettiva, è costituita dall'esistenza di una delle cause tassativamente previste dalla legge (art.3 Legge 898/1970), ovvero: coniuge riconosciuto colpevole di delitti di particolare gravità accertati dopo il matrimonio; matrimonio non consumato; cambiamento di sesso di uno dei due coniugi; coniuge straniero che ha già ottenuto l'annullamento o scioglimento di matrimonio all'estero o che si sia già risposato.

La richiesta di divorzio è di due tipologie: può essere congiunta quando proviene da parte di entrambi i coniugi, oppure disgiunta quando è chiesta da uno solo di essi.

Come per la separazione, per il divorzio consensuale, sono applicabili le novità descritte in cima questa pagina.

Diversamente, laddove i coniugi non siano in sintonia sulle condizioni divorzili, si ha il divorzio giudiziale o contenzioso. In questa seconda ipotesi, come nella separazione giudiziale, è sufficiente che il ricorso sia depositato da uno solo dei coniugi e permette di instaurare il processo civile secondo il rito ordinario.

Nel corso della prima udienza, il Presidente del Tribunale tenta la conciliazione dei coniugi, successivamente assume i provvedimenti urgenti e/o provvisori necessari a regolare i rapporti tra le parti in causa e che avranno validità fino alla pronuncia della sentenza di divorzio.

L'iter processuale prevede l'instaurazione della fase istruttoria, nella quale entrambi i coniugi produrranno documenti e chiederanno l'ascolto di eventuali testimoni; verranno compiute tutte quelle attività finalizzate a fornire le prove necessarie a sostegno delle proprie ragioni.

All'esito di questa complessa fase, il giudice pronuncerà la sentenza contenente le condizioni imperative decise dal Tribunale nella regolamentazione dei rapporti tra le parti in causa. 

La sentenza di divorzio produce una serie di effetti personali e patrimoniali in capo alle parti.

Essa è la naturale prosecuzione di quanto statuito in sede di separazione personale dei coniugi, le cui condizioni possono liberamente essere confermate o modificate dal giudice adito in questa fase.

Gli effetti personali prodotti dalla sentenza di divorzio sono:

• il mutamento dello stato civile dei coniugi, che potranno contrarre un nuovo matrimonio;

• la perdita del cognome del marito da parte della moglie, salvo autorizzazione del giudice a continuare ad utilizzarlo.

Gli effetti patrimoniali sono:

• la corresponsione eventuale di un assegno divorzile periodico in favore del coniuge economicamente più debole, che sia privo di redditi adeguati e sia nell'oggettiva impossibilità di procurarseli, altrimenti sostituibile da un assegno in un'unica soluzione, laddove le parti siano concordi;

la perdita dei diritti successori;

• il diritto alla pensione di reversibilità, solo nella circostanza che il coniuge sia titolare dell'assegno divorzile e non sia convolato a nuove nozze; se l'ex coniuge aveva contratto un nuovo matrimonio, la pensione di reversibilità va distribuita proporzionalmente tra i coniugi sopravvissuti in relazione alla durata dei rispettivi matrimoni;

il diritto al 40% dell'indennità di fine rapporto, se maturata prima della sentenza di divorzio, in costanza di assegno divorzile ed in mancanza di un nuovo matrimonio.

È appena il caso di precisare, infine, che il divorzio scioglie soltanto il matrimonio civile o fa cessare gli effetti civili del matrimonio religioso.

Per la Chiesa Cattolica il matrimonio religioso continua a produrre i suoi effetti fino a che questo non venga dichiarato nullo o annullato dall'organo giudiziario ecclesiastico, il Tribunale Ecclesiastico Regionale o Sacra Rota.

La Chiesa Cattolica e le altre religioni concordatarie non riconoscono alcuna efficacia alle sentenze dei Tribunali della Repubblica in materia di matrimonio religioso.

L'assegno divorzile e mantenimento dei figli

Sovente accade che il Tribunale ordini a un coniuge di versare in favore dell'altro (a cui non sia addebitabile il fallimento matrimoniale) un assegno mensile di mantenimento nel caso che quest'ultimo non disponga di adeguati mezzi di sostentamento e redditi propri (art. 156, 1°co. c.c.).

Una delle finalità dell'assegno è quella di consentire al coniuge economicamente debole di mantenere il tenore di vita avuto in costanza di matrimonio. L'impossibilità del coniuge indigente di procurarsi adeguati mezzi di sostentamento viene accertata dal giudice per ragioni che siano obiettive ed in riferimento al principio per cui le condizioni economiche del coniuge più debole non devono essere deteriorate per il solo effetto del divorzio.

Il Giudice, infatti, deve tenere conto di tutti gli elementi e fattori (individuali, territoriali, economico-sociali) della specifica fattispecie.

L'entità dell'assegno divorzile viene commisurata in relazione ai redditi del coniuge obbligato al pagamento ed al suo patrimonio complessivamente inteso, alla durata del matrimonio e al rispettivo contributo di ciascuno dei coniugi al patrimonio familiare.

Generalmente, è sempre previsto l'aggiornamento dell'assegno sulla base dell'indice dei Prezzi al Consumo (ISTAT).

Se il coniuge meno abbiente convola a nuove nozze, il suo diritto all'assegno divorzile si estingue e non può più pretendere che l'ex coniuge gli corrisponda alcunché.

Tuttavia, l'obbligo di versare l'assegno divorzile permane se il beneficiario abbia instaurato una convivenza more uxorio con un nuovo compagno, salvo che si dia prova che il nuovo rapporto abbia caratteristiche tali da eliminare la situazione di bisogno che giustifica la corresponsione dell'assegno in suo favore e che la nuova convivenza faccia effettivamente venir meno la necessità di conservare il tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio.

Quanto ai figli, il giudice determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, statuisce in merito al loro affidamento e decide sulla misura e il modo con cui ciascuno dei coniugi contribuisce al loro mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione.

Anche il contributo al mantenimento dei figli è proporzionale al reddito del genitore e alle esigenze della prole.

 

Studio Legale Avv. Marco Morellini